La sfida ambientale del Brasile aspettando Rio+20

 

Sul fronte dell’energia e delle materie prime il Brasile è ben piazzato: dall’idroelettrico alle biomasse, dalle terre rare all’oro è in cima alla classifica. Ma il ventennale dell’Earth Summit, la conferenza Onu ospitata il prossimo giugno a Rio de Janeiro, è l’occasione per una riflessione sull’assieme del ciclo produttivo della locomotiva dell’America latina.

Un’inchiesta del quotidiano carioca O Globo rivela che Rio ricicla solo il 3% dei suoi rifiuti: delle quasi 8.500 tonnellate di spazzatura prodotte quotidianamente solo 252 vengono destinate al riciclaggio. La Comlurb – l’azienda comunale che gestisce i servizi di raccolta dei rifiuti – separa 22,68 tonnellate, equivalenti allo 0,27%. Il restante

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2,73% è affidato a cooperative o ai catadores, le persone che sopravvivono raccogliendo prodotti riciclabili nelle discariche. Inoltre dei tre punti di raccolta destinati al riciclaggio uno è stato disattivato e gli altri due funzionano solo parzialmente.

Un ritardo netto che è anche l’occasione per una sfida che metta assieme la frontiera tecnologica e quella sociale. Se da un lato il Brasile ha grandi margini per guadagnare ulteriormente capacità competitiva migliorando le tecniche dei sistemi di raccolta differenziata, di riciclo e di recupero dei materiali (l’Unione europea ha fissato al 65 per cento a fine 2012 il livello minimo di raccolta differenziata per i rifiuti urbani), dall’altro ha anche interesse a ipotizzare un percorso che ufficializzi l’attività spontanea delle migliaia di persone che s’ingegnano a sbarcare il lunario raccogliendo quella parte dei rifiuti che può essere più facilmente collocabile sul mercato del recupero.

(red/fine)

 

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